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Evan De Vilde al Museo d'Arte Contemporanea di Fonte Nuova(Rm)

Evan De Vilde, artista contemporaneo, esporrà il 28 novembre presso il Museo d’Arte Contemporanea di Fonte Nuova e bisogna dire che mai contesto sia stato più appropriato di quello del comune nato nel 2001 e ancora alla ricerca di un’identità estetica, culturale e sociale.

Il suo lavoro artistico consiste in un assemblaggio risultato di una ricerca di compatibilità estetiche e linguistiche, di oggetti diacronici, tra i quali autentici reperti archeologici, (acquisiti ad aste o ritrovati e denunciati alle autorità), ma  installati in teche e scatole di vetro, alluminio, plexiglas e materiali che nulla hanno a che vedere con l’archeologia, piuttosto hi teck (progettati a tenuta stagna), e anche materiali sintetici sconosciuti.

E’ una vera e propria poetica che va al di là della semplice museografia, piuttosto saremo spettatori di un evento irripetibile, in cui si riesce ad ammirare capolavori dell’archeologia come enviroment dell’arte contemporanea e al quale aspirano molti territori italiani, compresi quelli delle periferie suburbane, in cui spesso coabitano i centri commerciali come Porta di Roma e i mosaici delle Villae romane. Di fatto certi reperti vengono spesso lasciati all’incuria e al degrado, non essendo più sostenibile la semplice copertura delle sovrintendenze. Si pensi ai cosiddetti comparti, tramite i quali lo stato in cambio di cubature otterrebbe dai lottizzanti opere pubbliche, servizi e quindi anche tutela di aree archeologiche. Ma in che maniera? Evan De Vilde realizza i Litoplastoi, opere di pietra naturale e filo artificiale (come metafora della società), i mitici Subacquis (in apparenza oggetti archeologici immersi in acquari) che evocano l'alterità delle culture e della propria coscienza e le opere Ming, costituite da veri vasi Ming come eufemismo della ricerca dell’altro da sé e del paradosso globalizzante. Le opere hanno un grosso potere evocativo in quanto usare oggetti antichi è anche simulazione di andare in profondità, scavare, e anche ‘fare scoperte’ (piuttosto che nei terreni agricoli),  nella propria coscienza e nella propria esperienza. Alcuni hanno intravisto un metodo sciamanico, o come un tentativo di psicologia sperimentale (nel 2000 scrive una tesi sulla psicologia dei colori e della loro terapia all'università di Bruxelles), che va oltre la percezione del mondo così come viene categorizzato dai vari ambiti del sapere, per la creazione di nuovi linguaggi concettuali e didattici, poiché agli stimoli dell’arte l’uomo risponde sempre con uno sguardo superiore alle attese.

Gli spettatori si vedono così a percorrere un viaggio in cui perdono consistenza i feticci museali immersi in nuove e più emozionanti letture da una dimensione antica, archeologica, spesso scolorita, dimenticata, ad una nuova, con nuovi concetti e ricca di intensi e profondi significati utilizzando materiali nuovi. Non ultima la scoperta che sotto lo sguardo degli astanti spesso non viene percepita l’allusione alla diacronia degli elementi giustapposti, a riprova che l’arte di Evan è lo specchio del mondo in cui viviamo, così prezioso ma al contempo complesso ed enigmatico.

 

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