| La morte delle ideologie e i loro fantasmi |
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Se una teoria scientificamente vera ha forza persuasiva (al di fuori del campo degli scienziati competenti) è anche chiaro che una teoria evidentemente falsa dal punto di vista scientifico non può avere a lungo forza di persuasione. La forza di persuasione di una teoria non è attaccata in modo immutabile alla teoria stessa, ma dipende dal contesto sociale in cui la teoria opera o è fatta servire. La verità o non verità scientifica della teoria è certamente un elemento di questo contesto che entra a costituire, come gli altri elementi, la forza di persuasione della teoria. Bisogna pertanto sottolineare che il significato di una ideologia non consiste, come hanno ritenuto gli scrittori marxisti, nel fatto che essa esprima gli interessi o i bisogni di un gruppo sociale; nè consiste nella sua verificabilità o non verificabilità empirica, nè nella sua validità o mancanza di validità oggettiva; ma semplicemente nella sua capacità di controllare e dirigere il comportamento degli uomini in una determinata situazione. In generale, pertanto, si può chiamare ideologia ogni credenza adoperata per il controllo dei comportamenti collettivi, intendendo il termine credenza nel suo significato più esteso, come nozione impegnativa per la condotta, che può avere o non avere validità oggettiva. Inteso in questo senso, il concetto di ideologia diventa puramente formale: giacchè può essere adoperata come ideologia sia una credenza fondata su elementi oggettivi sia una credenza del tutto infondata, sia una credenza realizzabile sia una credenza non realizzabile. Ciò che costituisce a ideologia una credenza non è infatti la sua validità o mancanza di validità, ma unicamente la sua capacità al controllo dei comportamenti in una situazione determinata. Va anche detto che nessun individuo e nessun gruppo sociale può presumere di possedere in quanto tale una conoscenza non ideologica della realtà (come invece Marx riteneva avesse il proletariato) scienza e ideologia sono compresenti in qualsiasi gruppo sociale ed appartenenti a due sfere del tutto diverse[1]. Ma se all'analisi del contesto sociale arriviamo fino all'analisi della 'struttura' dell'apprendimento, ci troveremo impegnati nell'analisi del simbolismo e della sua teoria scientifica nell'ambito del cosiddetto dibattito sulla fine o il declino delle Ideologie – che ha caratterizzato gli anni Cinquanta e Sessanta e che, per certi aspetti, dura tuttora. In quest'analisi si tende a contrapporre «ideologico» a «pragmatico» e a scorgere, nell'Ideologia un sistema di idee affetto da dogmatismo, dottrinarismo, estremismo ecc., cioè un modo di pensare caratterizzato da spiccate componenti emotive e irrazionali. L’ideologia si riduce a un sistema di credenze o di valori, che viene utilizzato nella lotta politica per influire sul comportamento delle masse, per orientarle in una direzione piuttosto che in un'altra, per ottenere il consenso, infine per fondare la legittimità del potere. Nasce così la critica delle ideologie, con cui si intende il programma di un ‘filosofare critico indirizzato a liberare l'umanità da ogni forma di mistificazione ideologica e di dominio economico-politico. Sorta in antitesi ad una comunicazione sociale ‘distorta’, cioè basata sulla menzogna, sulla falsa coscienza e sulla sopraffazione, la critica dell'ideologia (che trova le sue matrici originarie nella Scuola di Francoforte e i suoi eredi di spicco in Apel e Habermas) fa valere le istanze del ‘retto vivere’, ovvero di una comunità ideale fondata su valori come la verità, la libertà e l'amore[2]. «Chi parla così è la libertà. Chi parla così è l’amore. Libertà e amore, infatti, non sono beni barattabili con niente altro. Sono valori assoluti, valori irriducibili. Solo in loro nome, in nome della libertà, dell’amore, della sovranità della coscienza personale, Cristo chiede di dimenticare tutto e tutti: perché con esse tutto è possibile, senza di esse tutto è perduto. L’uomo viene così responsabilizzato intorno al grande potere della propria coscienza e all’autodeterminazione della propria libertà. Si tratta della più grande eresia di tutti i tempi e non stupisce che, dall’antichità, la sua forza d’urto si sia gradualmente espansa arrivando fino a noi e cambiando il cuore e la mente di milioni di uomini»[3]: è a esprimersi così Ferdinando Adornato uno degli ideologi del movimento politico di Forza Italia nato sulle macerie di un sistema ideologico fortemente statalista e centralizzato. Vale la pena di soffermarsi sull’identità di questo movimento/partito la cui ascesa ha messo in evidenza il monopolio e il sistema clientelare che il partito comunista ha messo in atto nelle democrazie occidentali, in questo caso in Italia. "Partito antitotalitario antifascista, anticomunista, antifondamentalista: identità queste che, declinate insieme, segnano una svolta nella storia d’Italia". I partiti che hanno difeso la libertà italiana dalla massiccia presenza del comunismo, hanno finito poi per accettare che solo l’antifascismo restasse a fondamento ideologico “ufficiale” della Repubblica. Per il fatto di aver infine combattuto il nazismo assieme agli alleati, e di aver partecipato al tavolo dei vincitori, l’Unione Sovietica è stata da vaste correnti intellettuali e politiche europee emendata d’ufficio dal crimine di essere uno Stato totalitario. Analogamente, in Italia, la circostanza che i comunisti avessero partecipato alla Resistenza e sottoscritto la Costituzione ha fatto dimenticare una grande verità etico-politica: se è vero che ogni democratico è naturalmente un antifascista non è detto che ogni antifascista sia altrettanto naturalmente un democratico. Questo equivoco ha inquinato per lungo tempo la cultura italiana e la stessa interpretazione della storia nazionale per la quale, giustamente da più parti, viene invocata un’opera di revisione; soprattutto perché «l’ideologia dell’antifascismo» che su tale equivoco è stata costruita, ha nascosto come l’intima costituzione di ogni democrazia liberale non possa che essere ispirata all’intransigente rifiuto di ogni sistema oppressivo della libertà. In particolare di quei sistemi tirannici che, nel XX secolo, hanno popolato di gulag e di lager le terre d’Europa. Questa morte delle ideologie e dei relativi totalitarismi, laddove viene a verificarsi, seppur con tutte le garanzie civili, conta intere classi clientelari che vedono messe in discussione le loro certezze, il loro avvenire, la loro ascesa. E’ il caso del lento sgretolarsi del monopolio della sinistra nel campo dell’arte, della cultura e della scuola documentato dalle tragiche parole di quegli intellettuali di cui si era decretata la fortuna. Umberto Eco a un mese dalle elezioni politiche del 2006: «Cinque anni fa c’è stato un fenomeno per cui il nostro paese è gradatamente precipitato verso il Terzo Mondo nella produzione e nella stima internazionale. Se tra qualche mese si profileranno altri cinque anni così, siamo fottuti»[4]. Se è vero il crollo delle ideologie crolla anche la storia dell’arte come ideologia per immagini. Coordinati in progetti tesi all’indottrinamento conscio e inconscio, gli intellettuali di sinistra si sono cimentati in in un’opera di mistificazione consistente dapprima nell’identificare la democrazia con il comunismo, poi nella sua difesa: «A partire dagli anni Novanta dello scorso secolo sta avvenendo in Italia un fenomeno di questa natura. Da una parte la Resistenza, l’antifascismo, la laicità dello Stato, i grandi principi democratici di origine illuminista sono stati investiti l’uno dopo l’altro da una pressione che ha agito con due braccia principali. Il primo braccio è formato dall’apparato ecclesiastico che ha voltato le spalle ai semi di novità gettati dal Concilio Vaticano II e si è vieppiù impegnato sulla strada, inaugurata da Pio IX a meta dell’Ottocento, della riconquista della società civile con il crescente apporto dello Stato. Il concordato del 1929 è stato una tappa essenziale di questo percorso. L’altro braccio, più sottilmente generatore di equivoci, ha costituito da un individualismo non liberale, che propone come terreno di convivenza un generale e stoppaccioso grigiore e maschera il proprio parteggiare sotto retorici proclami sul dovere di stare al di sopra delle parti. Le due braccia possono convergere nell’abbraccio finale. Clericali atei e accorti fondamentalisti possono cosi ritrovarsi gli uni accanto agli altri»[5]. La resistenza e il suo studio sono i ricorrenti motivi d’indignazione da parte di questa parte politica: «Affermare che la memoria era invece divisa non solo dentro la Resistenza ma anche al di fuori e contro la Resistenza (il primo a usare questa espressione – La memoria divisa – come titolo di un suo libro fu nel 1997 Giovanni Contini a proposito della rappresaglia esercitata dai tedeschi sulla popolazione di Vitella alla Chiana per un’azione partigiana) significa, allargare il campo dell’indagine e porre in piena evidenza la drammaticità degli eventi che sconvolsero il popolo italiano dal 1943 al 1945. Al centro della divisione fra le opposte memorie c’era una domanda essenziale: la responsabilità delle rappresaglie va addossata ai tedeschi e ai fascisti che le facevano o ai partigiani che le provocavano con la loro azione? La contrapposizione mette in gioco, e non solo in Italia, la intera legittimazione morale e politica della Resistenza (si pensi, ad esempio, alle perduranti polemiche su via Rasella e le Fosse Ardeatine, […])» per questi storici la conclusione è una sola:«Ma se si guarda all’obiettivo politico che si vuole perseguire si comprende il senso di questa richiesta: annullare la differenza tra fascismo e antifascismo, rivalutare di fatto il primo passando dalla comprensione (doverosa) all’empatia, coprire con una grigia coltre ogni esame delle responsabilità del popolo italiano durante il fascismo e la guerra, uccidere infine la libera elaborazione della memoria e condizionare lo sviluppo della storiografia, con grave danno, in entrambi i casi, della coscienza civile»[6]. E’ molto evidente come la retorica comunista sia ormai divenuta un feticcio, dal momento che queste parole siano state esposte su pubblicazioni statali e distribuite in musei pubblici. Partito antistatalista a libertà dei moderni nella quale Forza Italia crede non è solo libertà nello Stato ma anche libertà dallo Stato. In coerenza con il più classico pensiero liberale, da John Locke a Benjamin Constant ad Alexis de Tocqueville, la politica di Forza Italia si basa sul precetto che i diritti dell’uomo siano antecedenti e superiori rispetto a quelli dello Stato, sulla linea di Alcide De Gasperi: «Si parla sempre di diritti dello Stato come fossero sovrani e superiori a qualunque altro diritto mentre la verità è che prima viene l’uomo e poi lo Stato». Questa convinzione non ci distanzia solo dai fautori dello statalismo giacobino che vede nell’Assemblea il padrone e nell’individuo il suddito, ma anche dagli alfieri di quello «Stato provvidenziale» che dovrebbe regolare e tutelare «dalla culla alla tomba» la vita di ogni essere umano. Questa politica, oltre a essere irrealizzabile, è la principale responsabile di vizi ideologici assai diffusi come il primato attribuito all’assistenza rispetto al rischio e all’iniziativa personale o come l’espandersi del pansindacalismo, vizi che deresponsabilizzano l’individuo rispetto alla cosa pubblica, deprivandolo delle sue qualità: delle sue facoltà come delle sue proprietà. Perché è l’individuo il vero proprietario dello Stato. Il potere svolge infatti solo un compito di servizio, la funzione di amministratore fiduciario e temporaneo dei beni pubblici, in nome e per conto dell’unico loro effettivo titolare: il cittadino. Il liberalismo punta a promuovere valori di segno diametralmente opposto a quelli statalisti e pansindacali: il primato dell’iniziativa individuale, l’etica della responsabilità, il riconoscimento della famiglia come cellula base della società, il senso della tradizione, la predisposizione ad affrontare con coraggio ogni problema della vita, il patriottismo. E ancora: buon carattere, onestà, senso del dovere, spirito di sacrificio, tolleranza e rispetto per gli altri, impulso a migliorare se stessi, fiducia nel futuro, parsimonia. Sono queste le virtù che nascono nella società civile e che sono alla base di ogni crescita economica e morale. Se esse hanno anche un suono «antiquato» è solo perché il potere statale, comprimendo la società, le ha represse e costrette nell’oblio. La «centralità della persona» che è la filosofia-chiave della visione del mondo suggerisce un modello diverso, il primo motore della società sta nella libertà: libertà per l’individuo di far valere il proprio talento, libertà di rischiare e di intraprendere sul mercato senza vincoli burocratici, libertà di poter godere nel mercato delle più ampie chances di vita. E’ la via che storicamente si è definita come «economia sociale di mercato». In questo quadro la libertà di chi sta meglio (di poter produrre liberamente ricchezza) e la libertà di chi è rimasto indietro (di poter aspirare a nuovi traguardi sociali) stanno per noi sullo stesso piano: quello di una società che ha per finalità la promozione umana. Da questa filosofia discende il carattere interclassista di Forza Italia. Imprenditori e lavoratori, ceti abbienti e ceti disagiati, che diverse ideologie hanno voluto mettere in antagonismo, partecipano di un unico universo culturale: quello di una società che lavori a estendere, a tutti i livelli, la libera scelta dell’individuo, allontanando il maggior numero di cittadini dalla soglia della necessità. Dice Ludwig Erhard, padre dell’economia sociale di mercato: «E’ incomparabilmente più utile conseguire l’incremento del benessere mediante l’espansione economica anziché volerlo ricavare da una sterile lotta per una diversa distribuzione del reddito nazionale. È molto più facile accordare a ciascuno una fetta più grossa di una torta che diventa sempre più grande che non voler trarre profitto da una lite per la divisione di una piccola torta perché, in questo caso, il vantaggio di uno deve essere sempre pagato dallo svantaggio di un altro». Lo spartiacque tra liberalismo e socialismo sta tutto nei differenti compiti assegnati allo Stato. «L’uomo liberale» sosteneva Einaudi «pone la cornice, traccia i limiti dell’operare economico, l’uomo socialista indica e ordina le maniere dell’operare. […] Ogni passo compiuto sulla via che va dalla legislazione di cornice a quella dirigistica è un passo verso la perdita della libertà». Per questo stesso motivo Forza Italia rifiuta la traduzione del concetto di solidarietà nel concetto di assistenza statale. La concezione assistenziale dello Stato porta infatti al formarsi di legislazioni elefantiache che volendo regolamentare tutto finiscono per soffocare la libera iniziativa e illudendosi di incoraggiare il singolo distruggono quella libertà contrattuale che pure è prevista nel codice civile. Se un numero crescente di contratti è giudicato di interesse pubblico viene perciò sottratto alla libera decisione dei contraenti. La solidarietà sociale, che è un dovere per ogni democrazia liberale, deve essere considerata esclusiva della sfera etica mentre sul terreno giuridico deve piuttosto operare il concetto di sussidiarietà, l’obbligatorio intervento dello Stato, a diversi livelli, quando il soggetto più direttamente coinvolto su una determinata questione, non riuscisse a risolverla con i propri mezzi. Mercato ed equità sociale non sono affatto concetti antagonisti come hanno voluto credere un certo cattolicesimo sociale e l’ortodossia di sinistra. Sono, al contrario concetti gemelli. Non si dà mercato in espansione dove non agiscano strumenti di solidarismo e di sussidiarietà. Non si dà vera solidarietà, viceversa, dove venga irrigidita o limitata la libertà del mercato. Risulta per altro sempre più comprovata, sopratutto di fronte alla forza del modello americano, che oggi la tutela dei più deboli e la lotta contro la nuova povertà passano essenzialmente per gli incentivi alla potenzialità d’impresa, per il superamento delle rigidità sindacali, per l’affermazione della filosofia della flessibilità, per la revisione dei sistemi previdenziali. Il liberalismo in questo senso non è dunque selvaggio, ma sociale. È lo statalismo, al contrario, a rivelarsi sempre più classista e oligarchico. Nella società della libera scelta Forza Italia si propone l’obiettivo di una seconda modernizzazione italiana, dopo quella che negli anni Cinquanta e Sessanta proiettò definitivamente l’Italia fuori dall’era bellica. Negli scorsi decenni infatti il nostro Stato sociale ha progressivamente smarrito la sua forza propulsiva, burocratizzandosi e creando zone di privilegio sociale e sindacale che contraddicono le finalità di equilibrio per le quali era nato. Esso produce ormai un livellamento verso il basso di prestazioni e servizi, e non riesce più a promuovere verso l’alto chi sta indietro nella scala sociale. Forza Italia lavora, viceversa, per un nuovo grande modello sociale, da costruire in Italia e in Europa: il passaggio dal Welfare State alla Welfare Society. Quest’ultima si potrebbe anche definire come la società della libera scelta. Una società dove la responsabilità della gestione sociale è affidata anche ai corpi intermedi della comunità. Una società nella quale il livello privato e il livello statale cooperino e competano nell’offerta di servizi formando, insieme, un unico sistema pubblico all’interno del quale sia la più plurale e libera possibile la scelta dei cittadini e delle famiglie. Non meno Stato più mercato, dunque, come si diceva negli anni Ottanta: ma Stato necessario e società responsabile. L’equazione che chi governa le moderne società europee deve risolvere è la seguente: come mantenere in piedi il carattere universale della tutela sociale riuscendo, nel contempo, a innalzare la qualità e l’efficienza dei servizi. Ebbene, le comunità umane non hanno fino a oggi trovato altro strumento per accrescere la qualità di qualsiasi sistema che far ricorso alla gara, alla concorrenza, all’emulazione. La soluzione del problema sta dunque nella costruzione di un Sistema Misto generalizzato nel quale il cittadino possa avere, appunto, piena “libertà di scelta” (con buoni scuola o buoni salute) tra una pluralità competitiva di offerte, private e statali. Il che vuol dire l’esatto contrario che privatizzare i servizi sociali: significa, al contrario, far entrare, a pieno titolo, nelle regole del sistema pubblico anche l’offerta privata, chiamando a intervenire imprese, cooperative, mondo del noprofit. Si determinerebbe così, tra l’altro, un pieno coinvolgimento della società nella gestione dei servizi, accrescendo la responsabilità di tutti verso il «bene comune» mentre finora è accaduto esattamente l’opposto. Del tutto diversa dai modelli immaginati e praticati dalla sinistra è la nostra concezione dell’imposizione fiscale. Essa non può e non deve avere come compito prioritario la «redistribuzione della ricchezza» quanto piuttosto «l’orientamento dei consumi» e in luogo di indirizzarsi sulle persone fisiche deve avere come oggetto le cose. L’imposizione deve essere concepita come una metodica per favorire la crescita della ricchezza non come una sorta di punizione o di pegno feudale da versare per pagarsi il diritto all’esistenza. Il principio che fu all’origine della democrazia americana, «no taxation without representation» definisce l’imposizione fiscale come una cifra da attribuire allo Stato in cambio delle prestazioni sociali che esso si impegna a fornire ai suoi amministrati. Non già come una sorta di prelievo forzoso per guadagnarsi il ruolo di cittadino. Forza Italia lavora per fare dell’Italia una moderna società aperta. Non esiste una “terza via” tra capitalismo e socialismo. La società del libero mercato, del libero scambio, della libera circolazione delle idee é l’unica società che abbia saputo conseguire insieme la diffusione della libertà e quella del benessere. La libertà di coscienza del singolo sui temi religiosi e morali non significa rinunciare ad un quadro di valori comune a tutti i nostri aderenti che si misura nella condivisione di una fondamentale filosofia politica: la centralità della persona. Non a caso il primato assegnato all’essere umano e alla sua libertà costituisce un motivo di intima profonda vicinanza, se non di identità, tra pensiero cristiano e pensiero liberale. Ed è d’altra parte la prima ragione di contrasto con tutte le altre ideologie che nella storia hanno, di volta in volta, voluto proporre all’umanità diverse “centralità”. Quella della Classe voluta dal marxismo - leninismo; quella della Razza predicata dal nazismo; quella dello Stato praticata da diversi modelli autoritari di destra e di sinistra, e fatta propria dalla logica della realpolitik; quella della Natura più di recente diffusa dall’ecologismo fondamentalista. Alcune di queste filosofie sono state all’origine di inauditi crimini contro l’umanità. Ma anche laddove non si oltrepassa il confine del crimine, ogni aggressione alla libertà e all’autonomia della persona rappresenta in ogni caso una distruttiva alterazione di quell’ordine del Bene e del Male che ci è stato tramandato nei secoli come bussola del comportamento umano. L’indisponibilità della vita umana a qualsivoglia potere statale, politico, militare, giudiziario, religioso è per noi legge fondamentale della vita pubblica. Su questa bussola si fonda il concetto di Occidente. Si tratta di una lunga strada di pensieri e di valori che, muovendo dall’insegnamento di Cristo e di Socrate, attraversa la rivoluzione umanista di San Tommaso aprendo così la strada al Rinascimento, ai secoli delle grandi scoperte scientifiche e geografiche e a quelli della rivoluzione industriale, per approdare alla filosofia pubblica moderna di cui Locke, Tocqueville e Constant sono stati i principali interpreti. Si tratta di un ininterrotto filo storico-culturale che riconosce all’uomo, attraverso la ricerca e l’intelligente intraprendenza, il potere creativo sulla Terra perché egli è imago Dei, fatto a immagine e somiglianza di Dio. Non c’è alcun contrasto tra fede e ragione, tra morale e scienza lungo questa strada: l’unico limite che si pone all’uomo è proprio quello di riconoscere il proprio limite, di non potersi sostituire a Dio. Esattamente il crimine che i totalitarismi del XX secolo hanno commesso di fronte all’umanità. Le società occidentali vivono oggi una sorta di eclissi di valori. Ebbene Forza Italia combatte apertamente uno degli esiti di questo processo: quello che viene definito “relativismo culturale” per il quale le differenti civiltà, culture e costumi morali vengono messi sullo stesso piano di valore, arrivando addirittura a sostenere, ad esempio, che pratiche come l’infibulazione dovrebbero anche da noi essere giudicate legittime solo perché corrispondenti a una determinata mentalità diversa dalla nostra. In queste concezioni non vediamo solo l’insorgere di un pericoloso regresso civile ma anche un concreto pericolo politico. Lungo questa via, infatti, si può anche arrivare a equiparare i diversi ordinamenti politici considerando alla fine “trascurabile” la differenza di valore tra gli Stati democratici e quelli totalitari. In fondo, anche questi ultimi si fondano soltanto su culture diverse dalle nostre! Così ragionando si contraddice l’idea stessa che la democrazia e la libertà siano valori universali, fondativi della convivenza umana. Forza Italia non pensa che esistano civiltà antropologicamente superiori ad altre. Ma ritiene che il sistema democratico-liberale debba essere senz’altro considerato superiore a qualsiasi altro attuale modello politico e che la libertà dell’uomo sia un valore universale. Superiore a qualsiasi altro valore, fondativo di qualsiasi altro valore. Non ne consegue certo che la democrazia debba essere imposta con le armi: ma certamente sentiamo come un dovere battersi, con ogni mezzo politico e culturale, perché essa un giorno trionfi in tutto il mondo. E la rotta della libertà sia infine seguita da tutte le civiltà del pianeta. Ed ecco che con la morte delle ideologie, la messa in discussione del relativismo, l’arte e la cultura non possono rimanere tali e quali. L’arte tende a ripulirsi di tutte quelle sovrastrutture intellettuali che ne avevano complicato la comprensione. L’arte da profonda che era, diventa superficiale, d’apprima sulla tela con il rifiuto di riferimenti linguistici, come rifiuto dei contenuti intellettuali poi come forma di critica alle ideologie e al monopolio culturale della sinistra, rea di aver strumentalizzato la filosofia junghiana, per la realizzazione di una retorica tutta incentrata su verità e concetti inconfutabili e quindi illiberali. Dando un'occhiata alle notizie sull'Arte e la Cultura, mi sono reso conto che generalmente si assomigliano in modo straordinario. Spesso tra testata e testata, i pezzi sembrano letteralmente manomessi e riadattati. E' pigrizia degli autori degli articoli o mancanza di spirito critico? C’è carenza di notizie che riguardino oltre alla forma e agli stili, problemi più seri quali sono i meccanismi di formazione del mercato dell'arte di tutto il pianeta (1°,2°,3° mondo) e non come spesso si fa di famiglie o di regioni geografiche limitate[7]. E' ancora dignitoso essere artisti quando c'è la fame nel mondo[8]?...l'artista è un parassita della ricchezza occidentale? Avrebbe mai immaginato Van Gogh che i suoi quadri sarebbero stati battuti all'asta a queste cifre? Hai mai pensato che Picasso e Matisse, i 2 più grandi artisti del 900, hanno pensato al progresso dell'arte, intendendola come chiave per raggiungere la consapevolezza che l'infanzia e l'handicap hanno un valore artistico superiore in assoluto? In Asia, Africa, Medioriente e spesso anche in America Latina,la donna è diventata il metro,il barometro, il paradigma per misurare il grado di sensibilità espresso da una società nei confronti dei diritti individuali: che valore ha in quei paesi l'arte ma soprattutto qual è l'arte di questi paesi? Sapevi che la maggioranza di manufatti infantili e dei portatori di handicap sono automaticamente distrutti dopo la loro esecuzione in laboratori organizzati esclusivamente per loro soprattutto in Italia?[9] Il valore dell'arte supera quello della vita umana?Le grandi organizzazioni internazionali, l'Onu in testa, hanno verificato che - nove su dieci - dove le donne vengono trattate come animali, i regimi sono ben poco democratici, le galere sono piene di carcerati imprigionati senza accuse precise, la tortura è una pratica corrente , ed è molto alto anche il numero di desaparecidos, degli spariti nel nulla. Cosa ne sanno i nostri studenti alle prese con l'esame di maturità di tutto questo? E a un ingegnere, un architetto, un medico, un insegnante, un pittore, un decoratore, un consulente finanziario, un avvocato, un commercialista è mai stata chiesta la conoscenza di queste realtà a livello scolastico, educativo, formativo?Al contempo hanno mai avuto a che vedere con l'handicap o con i portatori di handicap? L’handicap è il paradigma per misurare il grado di sensibilità espresso da una società nei confronti dei Paesi in Via di Sviluppo. Ritieni opportuna una tale affermazione? Quanto pensi che possa coincidere nelle associazioni di volontariato la volontà di fare veramente qualcosa di concreto per i temi con l'effettiva sussistenza delle stesse associazioni? Da quanto tempo le organizzazioni internazionali operano per combattere la fame nel mondo e il sottosviluppo e che risultati sono stati ottenuti da questi organismi?Vogliamo paragonarli a quelli delle missioni cristiane? Il risultato che otterremmo da che parte propenderebbe? «Ma questo lo chiedevamo ben prima dell’11 settembre, a proposito della costruzione di un museo a New York che deve prendere il posto del MOMA di Wright, i cui costi si aggirano sui 2000 miliardi di lire. Se una missione funzionante è costata 1,8 miliardi in venti anni, in cui ci sono laboratori artistici, macchine per tessere, scuole, case, biblioteche, chiese, non è qui il caso di parlare di un progetto ‘culturale’ sbagliato? Adozioni a distanza e concorrenza che in buona fede o no, viene applicata da una associazione animalista ricca e famosa ai danni delle missioni cristiane di Bucarest, non sono notizie ricorrenti. L’una chiede di adottare cani, l’altra chiede di farlo per bambini. Il risultato? Lo scoprite collegandovi al sito “La casa di Cyna” case d’accoglienza per bambini orfani di Bucarest, sieropositivi. La cosa che ancora vi stupirà è che l’associazione di animalisti è stata fondata da una grande e celebre artista[10]. Un progetto artisticamente funzionante è quello di Miloud Oikili, sceso nelle fogne di Bucarest vestito da clown, riuscendo a salvare dalla morte per freddo e malattie tanti bambini che ora sono tra le braccia materne di religiose e religiosi che già da tempo avevano iniziato a costruire case d’accoglienza a Bucarest e tuttora continuano a ricevere la carità personale, di ognuno di noi, per curare gli orfanelli. I contenuti dell’Arte Superficiale sono fondamentalmente artistici, in quanto l’arte non è in sé né giusta né sbagliata: l’arte può essere blasfema, può essere la malvagità se diventa la voglia personale di sfruttare il prossimo, può inconsapevolmente essere una perdita di tempo, quando il tempo decide la vita di tanti . Può essere una benedizione se porta alla luce problemi, se aiuta chi ha bisogno, se da voce a chi non può parlare. L’arte può far vivere la famiglia, descrivere la vita e l’amore per la vita. Se è portatrice di valori cristiani allora l’arte è degna d’essere vissuta. Se li distrugge, se li sostituisce, allora l’arte si mette al posto della religione e non è più arte. Ma prima di essere un artista sono una persona»[11]. Gli scopi dell'associazione riporatati sullo statuto rispecchiano una rivoluzionaria visione del mondo della cultura, che ha necessità di 'etica', cioè di moralità, termine con il quale s'intende la necessità che l'arte si sottragga alla mercificazione esasperante che in molti casi le fa perdere la sua identità, il suo valore di umanità, progresso, democrazia[12]. A prescindere dai meccanismi del mercato e del collezionismo, è possibile , istituire biblioteche e musei senza che questi passino dalle speculazioni politiche e senza che gravino sulle tasche dei cittadini. Questo avviene grazie a contributi e donazioni degli amanti della cultura, investiti di tale ruolo dalla storia e dalla documentazione di questo evento che ha avuto inizio già dal 1998 con l'apertura di una galleria no profit. Oltre all'attività territoriale il museo svolge un'attività di controllo sulle organizzazioni internazionali, i musei, le fondazioni che operano nel settore dell’arte, le case d’asta, i progetti architettonici, gli investimenti. Per controllo si intende la verifica del lavoro che tali soggetti operano nel settore e le loro ricadute sociali. Difatti i musei sono divenuti anzichè luoghi dove fare cultura aperti a tutti, luoghi che conservano oggetti acquistati da famiglie facoltose, senza alcuna possibilità che opere giuste facciano parte del patrimonio artistico. I ministeri culturali e le più grosse organizzazioni come l'Unesco o l'ICOM non offrono alcuna legislazione alle attività nei musei che finiscono solo per essere gli show-rooms delle case d'asta. E' necessario che la democrazia entri nei luoghi del sapere oggi più che mai, altrimenti ci dovremo rassegnare a ritenere gli ideali dell'umanità e del progresso civile, argomenti d'Elite con tutto quello che ne può conseguire. Basti pensare ai popoli che all'inizio del 900 abbracciarono i totalitarismi e le dittature, popoli che se fossero stati più eterogenei culturalmente, certamente non avrebbero aderito in massa a tali sistemi, i cui artefici si sono serviti di poche epurazioni per ottenere e mantenere il potere. Quando le epurazioni e le torture hanno raggiunto i grandi numeri sono finite con gli stessi sistemi. (gulag, campi di sterminio) Anche se va detto che le analisi storiche su questi argomenti sono molto complesse e abbracciano così tanti fattori che le possibilità di fare ricette preconfezionate sono veramente poche, qualora ci sia la possibilità di formularne. Per quanto riguarda la cultura la nostra esperienza ci dice che è meglio la varietà all'omogeneità, il pluralismo al singolarismo e che è meglio avere diverse scelte che trovarsi a di fronte a una scelta sola[13]. [1] PARETO, VINCENZO I sistemi socialisti, 1902 e Trattato di sociologia, 1916. [2] BONDI, SANDRO (2005) La civiltà dell’amore, Roma. [3] ADORNATO, FERDINANDO (2005) Il nuovo pensiero liberale e cristiano Relazione di Ferdinando Adornato. Giornate internazionali del pensiero storico. Fondazione liberal, Siena, 22-24 settembre. [4] Milano, 3 marzo 2006. Analoga esternazione alle elezioni del 1994. [5] La contesa intorno alla memoria di PAVONE, ROBERTO (2006) in Arteinmemoria2, incontri internazionali d’arte a cura di Adachiara Zevi, ed. dal Comune di Roma, Provincia di Roma, Ministero per i beni e le attività culturali, presentato in febbraio presso il Museo Nazionale d’arte moderna e contemporanea con interventi di Gianni Borgna, Anna Gallina Zevi, Vincenzo Maria Vita, Graziella Leopardi Buontempo. Nel catalogo presenti: Elisabetta Benassi, Pedro Cabrita Reis, Luciano Fabro, Anne O’Neame (Maria Nordman), Cesare Pietroiusti, Emilio Prini, Eduard Winkholfer. Nella prima edizione del 2002: Arnold Dreyblatt, Emilio Fantin, Rudolf Herz, Jannis Kounellis, Sol Lewitt, Fabio Mauri, Marisa Merz, Maurizio Moschetti, Giulio Paolini, Susan Philipsz, Enzo Umbaca, Gal Weinstein; Carl Andre, Georg Baselitz, Eduardo Chillida, Rebecca Horn, Muschi Kuball, Giuseppe Penone, Erich Reusch, Richard Serra, Roman Signer. [6] Idem [7]Notizie quali: bilanci dei musei d'arte; guadagni riguardanti mostre delle opere d'arte africana, dell'america latina e dell'oceania; rapporti tra paesi di provenienza dell'arte e musei fruitori; contrabbando dell'arte del terzo mondo; conservazione dell'arte nei paesi d'origine; politica della conservazione dell'arte nel terzo mondo; rapporti tra International council of Museum (I.C.O.M.)e terzo mondo; collezionisti d'arte del terzo mondo; politiche tra paesi occidentali e paesi in via di sviluppo riguardanti l'arte; differenza tra guadagni della produzione industriale e guadagni dei musei sull'esposizione d'arte e sulla pubblicazione e vendita di materiale culturale e d'arte del terzo mondo e dei paesi in via di sviluppo; differenza tra quantità di risorse artistiche del terzo mondo e il loro utilizzo........anche quotazioni in borsa di titoli legati all'arte e al terzo mondo.... Il giro d'affari che si crea intorno all'arte africana ad esempio, non coincide esattamente al fine 'solidale' per cui l'arte ci aiuta a comprendere i diversi o il terzo mondo. Probabilmente ci aiuta a capire come sfruttare ancora una volta chi non appartiene alla nostra gerarchia di valori. Le case d'asta battono valori economici differenti da valori etici, la valutazione è positiva per collezioni che non fanno cultura, cercano solamente di svincolare il possibile immobilismo delle opere e la loro svalutazione. Opere d'architettura mastodontiche e architetti paranoici, spuntano come funghi: un museo come il Moma di New York è ormai vecchio, meglio costruirne uno nuovo,magari ispirato ad un opera futurista, futurismo: una corrente di tutto, tranne che di pensiero. I suoi autori ne sono affascinati. Con i fondi per la sua costruzione si sarebbero potute aprire 1000 missioni, altrettanti 1000 laboratori artigiani in America Latina: Più di 100.000 famiglie avrebbero 'sperato' una vita dignitosa che noi squallidi artisti abbiano negato per l'amore al dio che non è il nostro:il dio denaro.Nasce oggi il portale Superficiale, che vuole solo chiedervi :che fine ha fatto la dignità di noi artisti ? Vale ancora la pena esserlo?Siamo parassiti anche noi, le committenze hanno preso il sopravvento sugli artisti al punto che a nessuno conviene più dire la verità? Oppure è diventato scomodo o ancor peggio, poco redditizio? TEDESCHINI DAVIDE (2000), Il 900 è finito ecco cosa c’è all’orizzonte: Arriva l'Arte Etica, si chiama: ArteSuperficiale, Il museo.org. [8] […] Adesso anche in Italia, oltre che in tutto il mondo, gallerie e musei stanno dedicando la loro attenzione al fenomeno dell'arte africana contemporanea. […] E la cosa certo non potrà che far ritoccare verso l’alto le quotazioni di artisti capaci di trasformare liturgia tribale e folclore, motivi magici e rituali in creazioni stilisticamente efficaci e in nuove modalità espressive. […] DI RITO, GIULIANA Gli Andy Warhol africani Ven, 7 Gen 2000, Italia-iNvest. [9] Cfr. TEDESCHINI, DAVIDE (2001) Opere d’arte ingombranti andate distrutte presso la galleria d’arte moderna e contemporanea di Roma ex stab. Birra Peroni 2002 www.exibart.it, 2002. [10] B.B. [11] TEDESCHINI, DAVIDE (2002), Un Museo super…No superficiale, tratto dalla brossura di presentazione della mostra della collezione del museo che verrà inaugurato nel 2003. La mostra costituita da reperti contemporanei provenienti da missioni dell’africa e dell’america latina si è tenuta il 2 febbraio 2002. [12] L'associazione ArteSuperficiale si occupa della diffusione dell'etica nell’arte e nella cultura. E' un'Associazione senza scopo di lucro regolarmente costituita il 19 marzo del 2002 ed iscritta al publico registro di Roma 3 con n.4317. La sede legale dell'associazione è in via 4 novembre 5 a Fonte Nuova comune autonomo ai bordi di ROMA . L'associazione ha c.f.97256730587, e cc.p 59890179 e ulteriori info le puoi tyrovare sul sito www.ilmuseo.org o spedendo una e mail all'indirizzo: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. e sul link delle donazioni. [13] TEDESCHINI, D. (2002) Arte Superficiale – gestore del museo d’arte contemporanea di Fonte Nuova, fondata nel 1998. Ilmuseo.org. |



