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Spesso l’arte e la scienza vengono posti su piani differenti: l’arte su quello delle conoscenze metafisiche, le scienze su piani empirici. Ma non è corretta un’impostazione del genere perché si rischia il relativismo culturale. Ogni qualvolta c’è stato un progresso nelle scienze c’è stato un progresso nelle arti. Ciò non vuol dire che l’arte è suddita delle scienze ma è un fatto che allo sviluppo delle scienze è coinciso uno sviluppo delle arti. Penso ad esempio a Morelli che analogamente alle teorie Freudiani capì che i particolari delle mani e dei piedi erano dipintio dai falsari più velocemente perché ritenuti di poco conto e quindi spesso non erano uguali agli originali. Esattamente come accade nella psicopatologia della vita quotidiana di Freud in cui il carattere delle persone viene svelato da gesti automatici e inconsueti considerati di nessuna importanza. Gli apporti di Freud alla scienza e all’arte sono rivoluzionari. Non mi riferisco agli scritti di Freud sull’arte che sono interessantissimi e che hanno aperto un dibattito su opere e artisti di epoche passate, come su Leonardo e Michelangelo, ma sull’arte moderna e contemporanea, che ancora vivono dei riflessi dell’inconscio come bagagliaio di materiale artistico. Questo è stato l’incipit del surrealismo e della metafisica, per quest’ultima si pensi al “perturbante”. Nonché l’arte contemporanea spesso se non è di matrice sperimentale e scientifica, è caratterizzata da una chiara coazione a ripetere, come ha spiegato acutamente Lombardo in alcuni suoi scritti.[1]
La teoria di Freud[2] è una cura con le parole (talking cure), che analizza i sogni e usa il metodo delle libere associazioni. Questo metodo consiste nel mettere il paziente in uno stato di rilassamento (da qui il divano su cui l’analizzando si sdraia) in modo che egli possa abbandonarsi al corso dei propri pensieri che vengono espressi ad alta voce. L’analizzando è invitato a dire tutto quello che gli passa per la testa, senza nessuno scrupolo di ordine religioso, morale, sociale, e senza omettere nulla, neppure quello che può sembrargli irrilevante, ridicolo o sgradevole. Lo scopo è appunto quello di eliminare il più possibile quelle resistenze, quelle selezioni più o meno volontarie dei propri pensieri che sono messe in atto dal “paziente”. Accade però che il fluire delle parole abbia a volte un blocco improvviso: è qui che si avverte che c’è qualcosa che non va, che è stato probabilmente rimosso, cioè tenuto lontano dalla coscienza per evitare le sofferenze del ricordo. Compito dell’analisi è ricostruire ciò che non va e scoprirne le cause per poi riequilibrare le forze psichiche in conflitto. Con questo metodo, la persona non è più il destinatario passivo della terapia (come nella medicina comune in cui il medico dice e il paziente ascolta e segue i suoi consigli) ma diventa essa stessa colei che si “cura”, colui che vuole “guarire”. Freud evidenzia l’importante ruolo rivestito dalla relazione affettiva che si instaura (si deve instaurare) tra l’analizzando e l’analista, ossia dal transfert (per transfert si intende il trasferire sull’analista stati d’animo ambivalenti di amore e di odio provati dal “paziente”). Grazie al transfert, il “nevrotico” è indotto gradualmente ad abbandonare le sue resistenze, ossia tutto quello che nei suoi discorsi e nei suoi atti gli impediva di accedere a quei conflitti psichici di cui non era conscio ma che producevano la sua nevrosi. Ciò porterà sulla buona strada per la guarigione.
Una delle caratteristiche della psicanalisi di Freud è il metodo delle ‘libere associazioni’ in cui immagini dei sogni vengono associate a parole e conseguenti ‘significati’ essendovi nella teoria dell’interpretazione dei sogni anche figure simboliche o schemi di riferimento, come quello dell’evoluzione libidica.
Questo ha portato a una critica netta della psicanalisi giudicata anche nei suoi aspetti marginali o di maniera come ‘non scientifica’, rientrando di merito nella questione della differenza tra sistemi empirici e metafisici. Nel caso del celebre battibecco Wittgestein-Popper, se sia vero o no che esistano problemi filosofici autentici, relativo alle parole, alla loro essenza e più in generale a quello che viene chiamato il problema degli universali, Popper soleva affermare:
«La ricerca della precisione è analoga alla ricerca della certezza, ed entrambe dovrebbero essere abbandonate. Io non sostengo, ovviamente, che una maggior precisione, diciamo, di una predizione, od anche di una formulazione, non possa talora essere estremamente desiderabile. Ciò che intendo dire è che è sempre indesiderabile di fare uno sforzo per aumentare la precisione in ragione della precisione medesima -specialmente della precisione linguistica-, dato che ciò conduce generalmente a una perdita di chiarezza, e ad uno spreco di tempo e di energie su preliminari che sovente risultano essere inutili perché superati dallo sviluppo effettivo della cosa: non si dovrebbe mai cercare di essere più precisi di quanto la situazione del problema non richieda.
Forse potrei formulare la mia posizione come segue. Ogni miglioramento nella chiarezza ha in se stesso un valore intellettuale: un miglioramento nella precisione o esattezza ha solamente un valore pragmatico come mezzo in ordine a un determinato fine dove il fine è generalmente un miglioramento nella controllabilità o criticabilità richiesta dalla situazione problematica (che può richiedere, ad esempio, che distinguiamo tra due teorie in concorrenza che portano a predizioni che possono essere distinte solo se aumentiamo la precisione delle nostre misure).»[3]
Non va quindi confuso il metodo delle ‘libere associazioni’ con il metodo di formulazione di teorie, essendo il primo un metodo per risalire a esperienze, vissuti rimossi che fanno parte dell’inconscio mentre la formulazione di una teoria avviene per fasi successive di verificazione.
La psicanalisi come altre teorie non è in grado di risolvere tutti i rompicapo cui essa viene a trovarsi di fronte a un dato momento e spesso le soluzioni già raggiunte non sono perfette. Al contrario è proprio l’incompletezza e l’imperfezione dell’accordo esistente tra dati e teoria che, in un dato momento, definisce molti dei rompicapo che caratterizzano la scienza normale. Se qualsiasi insuccesso dovesse essere una ragione sufficiente per abbandonare una teoria tutte le teorie dovrebbero venire abbandonate ad ogni momento. Sarebbe quindi necessario elaborare un criterio di improbabilità o grado di falsificazione che hanno incontrato i sostenitori di varie teorie probabilistiche di verificazione.
Vale la pena a tal proposito riportare una tabella che Karl Popper redasse in seguito ad alcune considerazioni ‘antiessenzialiste’ cioè contro le filosofie che annettono importanza alle parole e al loro significato. E soprattutto fa notare che nella formulazione di una teoria scientifica è necessario «Non lasciarsi mai spingere a prendere seriamente i problemi concernenti le parole e i loro significati. Quel che deve essere preso sul serio sono le questioni di fatto e le asserzioni sui fatti: teorie e ipotesi; i problemi che risolvono; e i problemi che sollevano». La tabella che segue tuttavia ci porta a fare una considerazione: nonostante la perfetta analogia logica tra le parti sinistra e destra, la parte sinistra è filosoficamente senza importanza la parte destra è filosoficamente importantissima, perché le sole cose per le quali vale la pena di sforzarsi sono le teorie vere o le teorie che si avvicinano alla verità (o che vi si avvicinano di più di qualche teoria vecchia).
Ciò porta inevitabilmente a una critica dell’apprendimento per induzione, cioè causato da una conseguenza verbale di parole, che non sia verificata (o falsificata) dai fatti e che non può esserci una fase critica senza che sia preceduta da una fase dogmatica, da una fase in cui si è formato qualcosa – un’aspettazione una regolarità di comportamento-, sì che su questo possa cominciare ad operare l’eliminazione degli errori.[4] Popper è stato inoltre critico nei confronti della storia e della psicanalisi intese come scienze: secondo l’epistemologo non hanno le stesse proprietà di predire il futuro dell’astrofisica. Perplessità maturate come lui stesso ammette durante il suo periodo di assistente allo psicanalista Adler la cui teoria ritiene al pari di quella junghiana e freudiana.[5]
[1] Cfr. LOMBARDO, S. (1997), L’irruzione della realtà nell’arte e nella psicoanalisi, R.P.A., N.S. A. XVIII, n. 8, 1997, 5-12.
[2] FREUD (Siginund), psichiatra austriaco (Freiberg, Moravia, 1856 - Londra 1939). Di origine ebraica, laureatosi in medicina a Vienna, dapprima si interessò a ricerche teoriche di anatomia e fisiologia del sistema nervoso; successivamente passò all'esercizio della neuropsichiatria venendo così a contatto con le forme note oggi come psiconevrosi, che a quel tempo venivano curate mediante l'ipnosi. Per approfondire la metodologia ipnotica Freud nel 1885 si recò a Parigi alla Salpetrière dove per un certo periodo fu allievo di Charcot, di cui fece propria la nozione che le nevrosi, e in particolare l'isteria, sono affezioni psichiche, senza alcuna lesione organica e che questi disturbi sembrano causati da meccanismi analoghi a quelli messi in azione dall'ipnosi stessa (secondo Charcot l'isteria è una ipnosi spontanea, l'ipnosi un'isteria artificiale), per cui era possibile per mezzo dell'ipnosi far scomparire i sintomi isterici. Tornato a Vienna, Freud si rese conto, trasportando nella pratica clinica le teorie apprese a Parigi, che non tutti i casi venivano risolti dal trattamento ipnotico; perciò, dopo essersi recato per un breve periodo a Nancy (1889) alla scuola di Bernheim e Liébault dove l'ipnosi veniva studiata con metodi antitetici a quelli di Charcot, ma non senza gli stessi inconvenienti, prese contatto con un altro medico viennese, Breuer. Questi aveva curato un grave caso di isteria avvalendosi della rievocazione, sotto ipnosi, di un insieme di fatti collegati a forti reazioni emotive e strettamente connessi ai disturbi della paziente, rievocazione che provocando l'estrinsecazione delle reazioni emotive aveva determinato la normalizzazione della malata. Su tale base Breuer e Freud elaborarono una terapia, detta catartica, che utilizzava l'ipnosi non più per bloccare la sintomatologia nevrotica ma per realizzare la liberazione del malato attraverso la rievocazione dei fatti biografici ritenuti alla base del disturbo con conseguente liberazione delle cariche emotive connesse, metodo avallato teoreticamente dalle enunciazioni del francese Pierre Janet. Secondo Janet negli individui predisposti all'isteria si verifica un distacco, dalla coscienza vera e propria, di «nuclei mentali, i quali continuando ad agire come elementi inconsci determinano la sintomatologia isterica. Breuer e Freud però non si trovarono concordi sulla genesi del distacco di questi nuclei mentali, e Freud proseguì indipendentemente le sue ricerche, giungendo alla conclusione che i nuclei erano rifiutati dalla coscienza poiché questa cercava di difendere la personalità da elementi dolorosi o incompatibili con la linea di condotta generale del soggetto. Dapprima Freud continuò a servirsi dell'ipnosi, successivamente elaborò il metodo delle «associazioni libere, consistente nel determinare una atmosfera tale da indurre l'ammalato a raccontare spontaneamente i ricordi, i pensieri, le impressioni più o meno direttamente collegate ai nuclei responsabili dei disturbi. Nacque cosi la psicoanalisi come tecnica esplorativa degli strati più remoti della coscienza e anche come teoria relativa alla struttura psicologica della personalità estesa anche agli strati non coscienti. Secondo Freud e la psicoanalisi il disturbo psichico nasce dal fatto che il malato vive una situazione conflittuale nei confronti di profonde forze istintive, inconscie, che non riesce a comprendere, il che comporta lo studio esplorativo delle zone non coscienti della psiche umana. Freud è cosi pervenuto alla distinzione dei tre sistemi costituenti la vita psichica: coscienza, preconscio (costituito da elementi latenti ma che possono essere riportati facilmente nella sfera cosciente) e inconscio (costituito da elementi che possono diventare coscienti solo dopo aver superato le forze che li hanno ‘rimossi dalla sfera cosciente’. Gli elementi nevrotizzanti appartengono all'inconscio e il meccanismo di difesa della personalità che li fa restare in tale sfera è quello della «rimozione. I processi della rimozione sono spiegabili pensando che l'apparato psichico è sottoposto a tre tipi di istanze: l'io, in gran parte cosciente, con qualche elemento preconscio; l'es, costituito dagli impulsi irrazionali e intuitivi, essenzialmente inconsci; il super-io, istanza normativa, in parte cosciente (coscienza morale), ma soprattutto inconscia. Il super-io, formatosi nel corso dell'esistenza per un processo di interiorizzazione delle norme educative che sono state imposte dapprima al bambino, poi all'adulto, promuove la rimozione che, in forma di difesa dell'es, trattiene nell'inconscio molte istanze provenienti da questo. Nei nevrotici lo squilibrio tra le tre istanze porta a manifestazioni patologiche tipiche (ad es. l'angoscia non è altro che la paura dell'io incapace di controllare le pericolose istanze dell'es e le minacciose proibizioni del super-io). L'esigenza di esplorare l'inconscio portò Freud ad analizzare i sogni, che rappresentano la via più importante per arrivarvi. In fatti lo scienziato, avvalendosi dell'interpretazione dei sogni oltre che delle libere associazioni, arrivò alla conclusione che gli attuali conflitti nevrotizzanti non sono altro che la ripetizione di conflitti già verificatisi nell'infanzia e che le istanze dell'es a cui l'io riesce a far fronte solo rifugiandosi nella nevrosi hanno essenzialmente carattere sessuale. Da ciò la necessità di indagare lo sviluppo degli istinti sessuali che, contrariamente a quanto fino allora ritenuto, cominciano a manifestarsi sin dall'infanzia e attraverso varie fasi assumono progressivamente l'aspetto definitivo. Infatti la maggior parte dei conflitti che poi agiscono nelle nevrosi si formano nell'evolversi dell'istinto sessuale. Lo studio psicoanalitico dell'inconscio e in particolare l'interpretazione dei sogni rivela inoltre una dimensione psicotica nell'uomo normale, che annulla la netta distinzione tra malato di mente e sano ridando al primo dignità di soggetto. Le teorie freudiane, dopo l'iniziale ostilità, ottennero riconoscimenti anche negli ambienti scientifici ufficiali: Freud poté insegnare come professore straordinario (1902) e poi ordinario (1920) presso l'università di Vienna, mentre intorno a lui si formava una vivace scuola di giovani ricercatori (Adler, Jung, Rank, ecc.) che diedero vita alla Società psicoanalitica internazionale. Nel 1938, in seguito alle persecuzioni antiebraiche, Freud fu costretto a rifugiarsi a Londra dove morì. Le sue teorie sono esposte in un gran numero di opere, fra cui: Studi sull'isteria (con Breuer, 1895); L'interpretazione dei sogni (1900); Psicopatologia della vita quotidiana (1901); Tre saggi sulla teoria della sessualità (1905); Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci (1910), proiezione nell'estetica delle sue teorie; Totem e tabù (1913); Introduzione allo studio della psicoanalisi (1916-1917); L'Io e l’Es (1923); Inibizione, sintomo e angoscia (1926); Mosè e la religione monoteistica (1938).
[3] POPPER K.R.(1974), La ricerca non ha fine,autobiografia intellettuale, Roma, Armando, 1997.
[4] Era questa teoria psicologica che io elaborai, per tentativi e con una rozza terminologia, tra il 1921 e il 1926. Era questa teoria della fonnazione della nostra conoscenza che mi impegnava e distraeva durante il mio apprendistato come ebanista. E una delle cose singolari della mta storia intellettuale è la seguente. Benché in quel tempo fossi interessato al contrasto fra pensiero dogmatico e pensiero critico e sebbene considerassi il pensiero dogmatico come pre-scientifico (e, qualora presuma di essere scientifico, come non-scientifico»), e quantunque mi rendessi conto del legame con il criterio di falsicabilità quale criterio di demarcazione tra scienza e pseudoscienza, non ritenevo che vi fosse una connessione fra tutto questo e il problema dell'induzione. Per anni questi due problemi son vissuti in due compartimenti differenti (e.:sembra quasi in compartimenti stagni) della mia mente, ancorché credessi di aver risolto il problema dell'induzione con la semplice scoperta che ('induzione per ripetizione non esiste (non più di quanto esiste l'apprendimento di qualcosa di nuovo per ripetizione): il presunto metodo induttivo della scienza doveva essere rimpiazzato dal metodo del tentativo (dogmatico) e dell'eliminazione (critica) dell'errore, che era la modalità di scoperta di tutti gli organismi dall'ameba fino ad Einstein. Io ero naturalmente consapevole che le mie soluzioni di questi due problemi - il problema della demarcazione, il problema della induzione - facevano uso della medesima idea: quella della separazione del pensiero dogmatico e del pensiero critico. Nondimeno i due problemi mi sembravano affatto differenti-la demarcazione non aveva somiglianza alcuna con la selezione darwiniana. Solo dopo alcuni anni mi resi conto che c'era uno stretto legame, e che il problema dell'induzione sorgeva essenzialmente da un’errata soluzione del problema della demarcazione - dall'erronea convinzione che ciò che innalzava la scienza al di sopra della pseudoscienza fosse il «metodo scientifico» del trovare una conoscenza vera, sicura, e giustificabile, e che questo metodo fosse il metodo dell'induzione; una convinzione erronea per più di un verso. Cfr. POPPER, KARL R.,(1974) La ricerca non ha fine, Autobiografia intellettuale, Armando 1997
[5] Idem.
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