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La metafisica e l'empirismo nelle teorie di Jung e Freud

Sia nei casi in cui le teorie hanno ottenuto, storicamente, delle conferme sia nei casi in cui si sono avute delle smentite, le teorie sono state sempre empiricamente controllabili. Controllabili nel senso che da esse era possibile dedurre conseguenze che, descrivendo osservazioni possibili, potevano venir confrontate con fatti reali[1].

Senonché, dire che una teoria è in questo modo controllabile significa affermare che essa è confutabile (o falsificabile). Se infatti una teoria è scientifica quando è controllabile dai fatti e se controllabile significa che da essa sono deducibili conseguenze descriventi osservazioni possibili, allora è chiaro che la teoria è scientifica in quanto è smentibile, poiché è possibile che i fatti reali contraddicano quelle conseguenze che descrivono fatti possibili[2].

In realtà, come si sa, la proposta fondamentale dell’epistemologia di Karl Popper sta nel suo criterio di falsificabilità proposto come criterio di demarcazione tra asserti empirici, o fondati sull’esperienza, e asserti non empirici denucleati dalle discussioni contro i filosofi del linguaggio, che si occupavano dell’esistenza o meno di problemi filosofici autentici (polemica con Wittgestein), cioè la discussione razionale delle teorie metafisiche[3]. La falsificabilità demarca asserti [4] (affermazioni) empirici  da affermazioni che empiriche non sono (asserti come quelli matematici e quelli metafisici).

Il criterio di falsificazione non è un criterio di significanza[5], ma di demarcazione (differenziazione) appunto. E a proposito delle affermazioni metafisiche, esso non dice che non hanno senso; esso dice che sono infalsificabili, pur se alcune metafisiche sono state feconde di ipotesi controllabili[6]. Una teoria è scientifica se è falsificabile, e cioè è possibile che l’esperienza la contraddica, la mostri falsa, la falsifichi[7]. La falsificazione è una prova che, avendo avuto un risultato negativo, rende necessario l’abbandono di una teoria precedentemente accettata[8]. Ma ecco un ulteriore problema: sappiamo che un numero quantunque elevato di conferme non rende certa una teoria; ma una falsificazione è certa? Allorché noi confutiamo una teoria ad opera di un fatto contrario, la smentita è certa, definitiva? La teoria smentita dobbiamo considerarla morta per sempre oppure no?

In realtà non è raro vedere, nella storia della scienza che ipotesi, le quali parevano essere state distrutte una volta per tutte, siano successivamente riemerse, risorte e si siano imposte con grande forza. Un caso esemplare è la teoria eliocentrica di Aristarco di Samo, teoria che Tolomeo aveva gettato nell’immondezzaio della storia, e che, invece, risorge con Copernico e si impone con Galileo e Keplero [9].

Le ipotesi ausiliarie aiutano ad estrarre conseguenze controllabili dalle congetture sotto esame; le ipotesi ad hoc, invece, sono escogitate al solo scopo di salvare teorie in pericolo. Ed è chiaro che, in genere, l’introduzione di una ipotesi ad hoc in una teoria pericolante, è da considerarsi quale una mossa scorretta, giacché salva la teoria a scapito dei fatti, protegge l’errore e proibisce così la formulazione e la prova di una teoria migliore, proibisce cioè il progresso della scienza[10].

Le teorie di Jung e Freud messe a confronto, possono essere paragonate a due diversi sistemi che non necessariamente opposti, rispecchiano sistemi empirici e metafisici. Anche se tutte le teorie sono composte alla loro nascita da criteri ‘non empirici’ (quale ad esempio quello della falsificabilità di Popper), nella teoria di Jung sono presenti gli archetipi: immagini, simboli, contenuti primordiali e universali presenti nell’inconscio  collettivo, la parte ‘ereditabile dell’inconscio comune a tutta una razza’(C.G. JUNG)[11]. Espressioni analoghe ai termini popolo o storia che non essendo soggetti pensanti, appaiono a un osservatore estraneo oggetto di discussione non empirica e soggetti a idealizzazioni e a realizzazioni metafisiche (olismo, storicismo), a differenza della psicanalisi freudiana che, come soleva ripetere Freud, esiste solamente nel momento in cui si verifica un dialogo (transfert) col proprio paziente[12].

La nostra tendenza a cercare delle regolarità e a im­porre leggi alla natura, conduce al fenomeno psicologico del pensiero dogmatico o, più in generale, del comporta­mento dogmatico: ci aspettiamo ovunque delle regolarità e cerchiamo di trovarle anche quando non ve ne è alcuna; siamo portati a considerare gli eventi che non si prestano a questi tentativi come una specie di “rumore di fondo” e insistiamo nelle nostre aspettazioni anche quando risul­tano inadeguate e dovremmo riconoscere la sconfitta. Que­sto dogmatismo è simile al pensiero politico ed è in qualche misura necessario. È richie­sto da una situazione che possiamo affrontare soltanto im­ponendo le nostre congetture al mondo. Tale dogmatismo, inoltre, permette che ci accostiamo a una buona teoria per gradi, attraverso delle approssimazioni: se ci rassegnamo troppo facilmente alla sconfitta, rischiamo di precluderci la possibilità di accertare che eravamo quasi nel giusto. Questo atteggiamento dogmatico, che ci fa persistere nelle prime impressioni, è chiaramente indizio di una vi­gorosa credenza; mentre un atteggiamento critico, dispo­sto a modificare le proprie convinzioni, che ammette il dubbio ed esige dei controlli, attesta una credenza piu de­bole. Ora, secondo la teoria di Hume  e la convinzione po­polare, la forza di una credenza dovrebbe essere il prodot­to della ripetizione; e dovrebbe dunque crescere sempre con l’esperienza ed essere sempre maggiore nelle persone meno rozze.

Viceversa, il pensiero dogmatico, quale si ma­nifesta nel desiderio incontrollato di imporre delle regola­rità, nell’evidente compiacimento per i riti e le ripetizioni in quanto tali, è caratteristico dei primitivi e dei bam­bini; mentre l’esperienza crescente e la maturità determi­nano talora un atteggiamento di cautela e uno spirito cri­tico piuttosto che dogmatico[13]. Si può supporre che parte delle nevrosi possano ricondursi a un arresto parziale nello sviluppo dell’atteggiamento critico (handicap culturale) e un dogmatismo fissato, piuttosto che naturale; alla resistenza opposta alle esigenze di modificazione e correzione di cer­te interpretazioni e risposte schematiche[14]. Secondo Kant c’è conoscenza scientifica solo quando diversi ricercatori cumulano i loro risultati con quelli precedenti e non sono costrettti, come invece accade nella metafisica, a ricominciare ogni volta tutto daccapo[15].Questo costituisce il fondamentale, e recentemente dibattutissimo, proble­ma della cumulatività del progresso scientifico.

Altro requisito fondamentale, anch’esso però oggi molto dibattuto, è il cosi­ddetto principio costitutivo: esso riguarda l’accordo fra le teorie e i fatti osservati [16]. In altre parole, può esservi scienza solo quando c’è accordo fra le osservazio­ni e i fatti osservati. Tale accordo non è ovvio come poteva apparire ai tempi del positivismo logico, ma è alquanto discutibile; anzi, secondo P.K. Feyera­bend «Nessuna teoria è sempre in accordo con tutti i fatti compresi nel suo campo, ma non sempre la colpa è della teoria. I fatti sono costituiti da teorie anteriori, e un conflitto tra fatti e teorie può essere una prova di pro­gresso»[17].

La nuova filosofia della scienza parte dalla concezione falsificazionista di Popper, che stabilisce la demarcazione fra scienza e metafisica in base alla “falsificabilità” degli enunciati e ad alcuni asserti di base stabiliti conven­zionalmente dalla comunità scientifica. Contrariamente alla teoria empiri­stica, che fondava la conoscenza sui dati sensoriali, la nuova filosofia della scienza giunge a formulare una teoria della percezione come costrutto cogni­tivo, nel quale convergono sia le stimolazioni provenienti dal mondo ester­no, sia l’attribuzione di significati indotti dalle teorie precedenti[18].

La relativa stabilità delle teorie scientifiche è dovuta alla «struttura ‘para­digmatica’ del pensiero scientifico» (modello): essa fa sì che il progresso della scienza avvenga sotto forma di rivoluzioni periodiche e non come un progresso con­tinuo[19].

Per quanto riguarda le nuove scoperte o la scelta fra teorie rivali, l’accetta­zione o il rigetto vengono decisi dai membri della comunità scientifica. Ciò implica, sostiene Brown, un criterio interno di verità. Nel campo dell’arte siamo ancora molto lontani dalla formazione di una co­munità di artisti capace di definire il proprio dominio secondo precisi para­digmi (modelli) teorici[20].

[1]  POPPER,  K. R., Logica della ricerca e società aperta, Antologia a cura di Dario Antiseri, Ed. La scuola, 1997.

[2] Idem; cfr. anche La falsificabilità come criterio di demarcazione in POPPER, K. R. (1970).

[3] Nella Logica della scoperta scientifica Popper aveva affermato: «Io ammetterò certamente come empirico, o scientifico, soltanto un sistema che possa essere controllato dall’esperienza. Queste considerazioni suggeriscono che, come criterio di demarcazione, non si deve prendere la verificabilità, ma la falsificabilità di un sistema. In altre parole: da un sistema scientifico non esigerò che sia capace di essere scelto, in senso positivo, una volta per tutte; ma esigerò che la sua forma logica sia tale che possa essere messo in evidenza, per mezzo di controlli empirici, in senso negativo: un sistema empirico deve poter essere confutato dall’esperienza. (Così l’asserzione “Domani qui pioverà o non pioverà” non sarà considerata un’asserzione empirica, semplicemente, perché non può essere confutata, mentre l’asserzione “Qui domani pioverà” sarà considerata empirica».

[4] Che divide in: “veri”, “falsi”, “privi di significato” o “pseudo-asserti”. Tratto da Ibidem.

[5] Formula con la quale si intende: tendente a stabilire quali assetti abbiano senso e quali no; cosa questa pretesa dai Neopositivisti viennesi col loro “principio di verificazione”.

[6] La questione dei rapporti tra teorie scientifiche (fattualmente confutabili) e idee metafisiche (fattualmente inconfutabili) ha costituito in questi ultimi anni un fecondo tema di indagine. I neopositivisti viennesi (M. Schlick, R. Carnap, O. Neurath, etc.) sostennero, in base al “principio di verificazione”, che ogni asserto metafisico è un non-senso. Ben presto, però, ci si accorse che questo principio era: a) esso stesso metafisico; b) autocontraddittorio; c) non rendeva conto delle stesse teorie (universali) della scienza. Ad Oxford, gli analisti del linguaggio, sotto la spinta del principio di uso del “secondo” Wittgenstein («non cercate il significato [di una parola, di una espressione], cercate l’uso»), hanno tentato, piuttosto che di condannare, di capire gli usi, le funzioni anche dei diversi discorsi metafisici: la metafisica è visione che muta l’intera scena intellettuale (F. Waismann); la metafisica è “paradosso”, cerca di dire quello che - stando agli standards usuali delle nostre categorie linguistiche - non si potrebbe dire, e quindi la metafisica è «penetrazione linguistica» (J. Wisdom); la metafisica può essere aurora della scienza, in quanto «ciò che comincia come metafisica può finire come scienza» (P. F. Strawson), etc. D’altro canto l’epistemologia di Popper e dei post-popperiani (J. Agassi, J. Watkins, W. W. Bartley , P. K. Feyerabend) ha molto insistito, in questi ultimi tre decenni, sul tema dei rapporti tra teorie falsificabili e idee metafisiche inconfutabili.

[7] «Di conseguenza è possibile, per mezzo di inferenze puramente deduttive (con l’aiuto del modus tollens della logica classica) concludere dalla verità di asserzioni singolari alla falsità di asserzioni universali. Un tale ragionamento, che conclude alla falsità di asserzioni universali, è il solo tipo di inferenza strettamente deduttiva che proceda, per così dire nella «direzione induttiva»; cioè da asserzioni singolari ad asserzioni universali». In altri termini: la conferma di una teoria non è mai logicamente definitiva (in quanto è sempre possibile - dal punto di vista logico - che si incontri un fatto contrario alla teoria; abbiamo reputato vero l’asserto che “tutti i cigni sono bianchi”, ma oggi - dopo aver osservato i cigni neri d’Australia - abbiamo visto che quell’asserto è falso); la smentita, invece, è logicamente definitiva (se è vero che «c’è almeno un cigno nero», allora è falso che «tutti i cigni sono bianchi»). Ma che una smentita sia logicamente definitiva non vuol dire affatto che essa sia definitiva dalla prospettiva metodologica». Tratto da Ibidem.

[8] KUHN T. S. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, 1978.

[9] «Bene, ma com’è che capita che anche una falsificazione possa essere fallibile? Questo capita, appunto, perché dalla prospettiva metodologica una smentita non è mai definitiva, e può rivelarsi sbagliata. Una falsificazione di una teoria non è definitiva perché quando noi sottoponiamo a prova un’ipotesi (es. l’ipotesi del fIogisto; o l’ipotesi di Semmelweis secondo la quale la febbre puerperale ha origine da infenzione prodotta dalla cadaverina), noi, in linea generale, deriviamo conseguenze osservabili (o sperimentali) non dalla singola ipotesi, ma da una teoria formata da quell’ipotesi più altre ipotesi che, tratte dal sapere-di-sfondo, aiutano (ecco perché si dicono ipotesi ausiliarie) a estrarre le conseguenze controllabili dalla ipotesi. Ora, però, queste ipotesi (come anche ulteriori condizioni iniziali, strumentazione, e lo stesso asserto falsificante) noi, nelle prove le assumiamo per vere, le diamo per scontate. Sennonché, «assumere per vero» e «dare per scontato» non equivale a «esser vero». Di conseguenza, una ipotesi data per vera (ma poi rivelatasi falsa) e assunta come ipotesi ausiliaria permette la derivazione di conseguenze false dalla teoria nel suo insieme. Talché si pensa essere falsificata definitivamente una ipotesi che, invece, più tardi magari mostrerà un gran potere esplicativo. E, d’altro canto, se non si deve confondere la falsificazione logica (ingenua e definitiva) con la falsificazione metodologica (sofisticata e non definitiva), non dobbiamo nemmeno confondere tra falsificazione metodologica e il rifiuto della teoria. Difatti, non basta che una teoria sia stata falsificata per venir rifiutata; in genere, una teoria viene rifiutata dalla comunità scientifica solo quando se ne possegga una migliore. Falsificazione logica, falsificazione metodologica e rifiuto di una teoria sono tre cose distinte. Dalle ipotesi ausiliarie, infine, dobbiamo distinguere le ipotesi, ad hoc.» Tratto da POPPER, K. R. (1934).

[10] Op. cit.  p. 23, Einaudi, 1970.

[11] Se ne distinguono due regioni, di cui una può diventare cosciente (emozioni e bisogni primitivi), l’altra può esprimersi soltanto mediante allucinazioni, nevrosi, psicosi, visioni.

[12] GOMBRICH E.H. (1967), Freud e la psicologia dell’arte. Stile forma e struttura alla luce della psicanalisi, Torino, Einaudi, 1992.

[13] «Gli psicanalisti asseriscono che i nevrotici, e anche altri, interpretano il mondo con­formemente a uno schema personale che non viene abban­donato facilmente, e che può spesso essere fatto risalire alla prima infanzia. Un modello, o schema, acquisito assai presto nella vita viene preservato e ogni nuova esperien­za è interpretata nei termini di questo schema; come se lo verificasse, per così dire, rafforzandone la rigidità. È questa una descrizione di quello che ho denominato atteg­giamento dogmatico, distinto dall’atteggiamento critico che condivide con il primo la pronta adozione di uno sche­ma di aspettazioni - un mito, magari, o una congettura o ipotesi - ma che è pronto altresì a modificarlo, a correg­gerlo, e anche a disfarsene». Cfr. POPPER, K. R. (1972), Congetture e confutazioni, Fabbri.

[14] «Tale resistenza, può forse spiegarsi a sua volta, in alcuni casi, come con­seguenza di una lesione o di uno shock che determinano paura e un maggior bisogno di sicurezza o certezza, come avviene nel caso di una ferita a un arto, che ci rende timo­rosi di muoverlo, tanto che si irrigidisce. Si potrebbe an­che asserire che il caso dell’arto, non soltanto è analogo alla risposta dogmatica, ma ne costituisce un esempio. La spiegazione di ogni caso concreto dovrà tener conto della portata delle difficoltà insite nella realizzazione delle ne­cessarie modificazioni - difficoltà che possono essere con­siderevoli, soprattutto in un mondo complesso e mutevo­le: sappiamo da esperimenti sugli animali che diversi gradi di comportamento nevrotico possono essere determinati a piacere, variando in modo corrispondente le difficoltà.» Tratto da POPPER, K. R. (1972).

[15] KANT, I. Critica della ragion pura, Laterza, Bari,1963, pg.15.

[16] PERA, M. (1982), Apologia del  metodo, Laterza, Bari.

[17] FEYERABEND P. K. (1984), Contro il metodo, Feltrinelli.

[18] BROWN, H.I. (1984), La nuova filosofia della scienza, Bari, Laterza.

[19] «I paradigmi sono teorie che, venendo condivise dalla maggioranza dei ricercatori, consentono la strutturazione di una comunità scientifica chiusa da una rigida definizione di campo in modo da escludere i non aderenti». Cfr. KUHN, T.S. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, 1978.

[20]Cfr. LOMBARDO, S. (1984), Arte come scienza. Una barriera di pregiudizi, R.P.A., A. VI nn.10/11, 1984; e LOMBARDO, S. (1986), Arte come scienza, quattro ipotesi, R.P.A., A.VII, nn.12/13, 1986.

 

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