| “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”: l’ultima puntata della nostra arretratezza. |
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Mentre l’ultima messa in scena dello spettacolo “Sul concetto di volto nel figlio di Dio” si è svolta a Milano prima e dopo si è ripetuta l’ennesima puntata della nostra arretratezza culturale, che sinteticamente descrive la pseudocontrapposizione tra artisti e istituzioni che va avanti dal dopoguerra. La chiamo pseudocontrapposizione perché di regola è utilizzata da artisti per apparire sui media e ricercare sponsor. Questa posizione viene spesso scambiata dai media, (giornali in testa) per una ‘contrapposizione’ vera e propria tra libertà e schiavitù, tra regimi liberali e illiberali, che piuttosto conferma di come la stampa italiana sia anch’essa facente parte di una casta di privilegiati che non studia, non si informa, non conosce l’arte contemporanea ma occupa posizioni di privilegio pur denunciando i privilegi degli altri. Questo emerge dal numero di articoli, appelli, commenti, lettere, apparsi su quotidiani nazionali di Italia e anche in Francia, sullo spettacolo teatrale dal titolo:”Sul concetto di volto nel figlio di Dio” che sommi capi ricalca dinamiche tipiche di altre opere d’arte contemporanea che indussero Rudolf Giuliani, l’allora sindaco di New York a deliberare (se non vado errato nel 2002) un codice etico che si poneva di evitare l’esposizione ‘pubblica’ di opere blasfeme nei musei neworkesi. Ma è dagli anni ’60 del 1900 che c’è una sorta di coazione a ripetere di tali manifestazioni blasfeme e della loro contestazione, e insieme alla blasfemia, la pornografia, la molestia e quant’altro. Se in alcuni casi sembra esagerato, in altri la confusione su tali argomenti è tale che si arriva persino a considerare Piero Manzoni (l’autore di ‘Merda d’Artista’) il capostipite di un filone facente capo alla ‘merda’ nell’arte sebbene quelle di Manzoni siano solo scatolette che (scommetto), contengono tonno, in quanto mai aperte e recanti solamente l’etichetta sulla quale c’è scritto: ‘Merda d’Artista di Piero Manzoni’. Lo spettacolo teatrale che è stato ritoccato, omettendo la messa in scena di una sua parte in cui si gettava della merda su un quadro raffigurante il volto di Cristo (di Antonello da Messina) proiettato sullo sfondo del teatro è andato in scena a Milano, come a Parigi, questa storia lasciandoci ancora una volta, come nei casi di arte pubblica… sempre più perplessi.
L’artista dannato, che viene ostacolato, il pubblico prò o contro, insomma un film già visto, quando ciò avviene nell’opulenza occidentale e quindi nella obsolescenza di chi non vuol capire, di chi vuol contestare, di chi prova gusto nell’insulto, di chi d’altra parte cerca notorietà o non la cerca e l’ottiene per quanto contestato. Tutto ciò senza che si parli ancora dei problemi della quotidianità, degli insegnanti che malgrado la buona volontà vengono allontanati dalle scuole, (spesso a certi viene addossata la responsabilità della merda contemporanea). Dietro questo l’immagine tipica del volto di un Saviano o di un Castellucci (l’autore dello spettacolo), questi volti tristi, emaciati, con sfondo di poesia, da vittime predestinate; iconografia di cui non si conosce l’origine, ma spesso militano nell’area anarchica, dell’ultimo trozkismo e dell’area gramsciana. Questo è un classico della nostra cultura, si pensi che il socialismo rivoluzionario e poi il comunismo sono nati in un Europa cristiana (come nazismo e fascismo) proponendosi sempre l’obiettivo del ‘povero’ ma intendendo il cristianesimo solo come dottrina sociale, spesso collusa col potere borghese, omettendo del tutto la sua parte e la sua conditio sine qua non: quella spirituale. Ratzinger, papa Benedetto XVII al funerale di Woitila ha letto un discorso sul relativismo, come preambolo del suo mandato, perché il relativismo culturale è stato l’apripista del nostro millennio. Molte responsabilità sono del cosiddetto relativismo culturale ed etico, a causa del quale le società occidentali vivono oggi una sorta di eclissi di valori, per il quale le differenti civiltà, culture e costumi morali vengono messi sullo stesso piano di valore, arrivando addirittura a sostenere, ad esempio, che pratiche come l’infibulazione dovrebbero anche da noi essere giudicate legittime solo perché corrispondenti a una determinata mentalità diversa dalla nostra. In queste concezioni non c’è solo l’insorgere di un pericoloso regresso civile ma anche un concreto pericolo politico. Lungo questa via, infatti, si può anche arrivare a equiparare i diversi ordinamenti politici considerando alla fine “trascurabile” la differenza di valore tra gli Stati democratici e quelli totalitari. In fondo, anche questi ultimi si fondano soltanto su culture diverse dalle nostre! Così ragionando si contraddice l’idea stessa che la democrazia e la libertà siano valori universali, fondativi della convivenza umana. Non si pensi che esistano civiltà antropologicamente superiori ad altre. Ma bisogna ritiene che il sistema democratico-liberale debba essere senz’altro considerato superiore a qualsiasi altro attuale modello politico e che la libertà dell’uomo sia un valore universale. Superiore a qualsiasi altro valore, fondativo di qualsiasi altro valore. Il giudizio sull’arte occidentale come nell’allestimento Di Pipilotti Rist alla Biennale di Venezia 2005 o altre manifestazioni dell’arte come quella di cui dicevamo, non sono certo da osteggiare con la violenza ma certamente fanno parte di quell’arte che non persegue uno scopo fondativo dell’individuo e si potrà dire che l’arte non debba a forza perseguire tale finalità. Per inciso l’arte può anche non avere alcuna finalità, ma se viene posta al centro del sistema economico e dei mezzi di comunicazione di massa, è certamente solo nelle società occidentali che i più arditi esperimenti artistici tesi a mettere in discussione i principi morali ed etici possano essere condotti e mostrati in pubblico fino alla loro censura, mentre in altre culture e in altri Stati tali manifestazioni causerebbero pene ben più severe all’autore, senza escludere la pena di morte nelle società teocratiche e integraliste, in cui i principi morali, religiosi e giuridici sono la medesima cosa. Si è andata alimentando così una sistematica ricerca della censura da parte degli artisti, più o meno manifesta a seconda del progetto artistico e dell’amministrazione locale, solamente in occidente, fondamentalmente in Europa e Stati Uniti d’America a cui si aggiungano Giappone e Australia.
Una cosa balza all’occhio di queste manifestazioni blasfeme, l’assenza di ‘scienza’ in primo luogo e da un punto di vista etico l’assenza della retorica della ‘missione’. Spesso gli autori intervistati riescono solamente a dichiarare che non c’è libertà, o che comunque non si voleva offendere nessuno, spesso omettendo la propria esperienza come organismi ‘story telling’ ossia narratori della propria esperienza autobiografica, intendendola spesso come qualcosa di degenere, spesso invece li troviamo su internet, in pose fotografiche e sofisticate che sembrano più simili a copertine di Vogue che di riviste più impegnate. Sarà solo un’impressione ma ciò non sembra mirare allo sviluppo della consapevolezza superiore della nostra società ma sembra lasciarla inalterata.
Davide Tedeschini
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