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Le differenti popolazioni negroafricane, durante la loro lunga storia, hanno utilizzato qualsiasi materiale adatto ad essere lavorato, ma preferendo per lo piu’ il legno, elemento onnipresente nell’ ambiente dove queste civiltà si sono sviluppate. Gli intagliatori lavorano sempre il legno verde tagliando il ramo o il tronco con invocazioni allo spirito dell’ albero, eseguite con regole e riti particolari per scongiurare la collera della mutilazione e quindi sacrificano un pollo all’ inizio dell’ opera. Generalmente questa è eseguita in un luogo appartato. Le maschere nella radura del posto ove hanno luogo le cerimonie di iniziazione, le statuette fuori dall’ abitato. Il piu’ delle volte gli intagliatori sono i fabbri,e quindi le sculture sono eseguite presso la fucina. L’ intagliatore lavora accovacciato, senza un disegno prefissato . dapprima squadra il blocco grezzo con un coltello poi con una piccola ascia sagoma il pezzo, provvedendo infine ai tagli con un coltello piu’ piccolo, che consente una maggiore precisione nella lavorazione. Terminate l’ opera, questa viene levigata con foglie dalla superficie rugosa. Il legno fresco, stagionando , si spacca o marcisce. Per evitarlo, l’ artista africano essicca l’ opera affumicandola, per poi cospargerla di olio o lardo, oppure la dipinge. Quindi, in occasione del culto gli viene tributato, il pezzo è di nuovo trattato con grassi ed essenze che, consolidandolo, gli conferiscono una patina molto bella. Gli artisti negroafricani hanno utilizzato anche la pietra, sebbene piuttosto raramente: in passato i Kongo hanno realizzato sculture in steatite raffiguranti gli antenati, mentre piu’ recentemente sono state scolpite figure in pietra dai Mendi nella Sierra Leone e dai Kissi in Guinea. Altro materiale utilizzato è stato l’avorio, soprattutto per la predilezione dei popoli occidentali per gli oggetti con esso realizzati, mentre per parte loro le popolazioni negroafricane lo impiegavano raramente per la sua considerevole durezza che ne rende difficile la lavorazione. Malgrado ciò l’ avorio è stato scolpito fin dall’ antichità, e i più antichi oggetti di arte negroafricana che l’ Europa conobbe furono le coppe,i braccialetti, le mascherina e le sculture eseguite, su incarico dei portoghesi, in Congo e lungo la costa della Nigeria. In ogni caso l’ avorio era assai apprezzato verso le corti dei regni africani , e nei tesori dei re di Benin ci sono braccialetti, orecchini maschere, raffigurazioni di persone o animali, come anche zanne d’ elefante decorate con scene di vita quotidiana. La terracotta non è mai stata di uso corrente. I vasi africani non conoscono il tornio, e la ceramica viene fatta amano dalle donne poi cotta al sole. Sembra che le popolazioni negroafricane non abbiano considerato le qualità plastiche di questo materiale, applicabili alla scultura. Ciononostante, la piu’ antica manifestazione conosciuta dalla statuaria africana è quella della cultura Nok, costituita proprio da sculture in terracotta,e anche nell’ antica cultura di Ife sono state eseguite straordinarie teste-rittratto con lo stesso materiale. Nella vasta zona che si estende a sud del Shara, vivono popoli agricoltori e allevatori di bestiami, che, nell’ arco di molti secoli, hanno dato vita a piccoli regni feudali. Tra queste popolazioni spiccano i Bambara, che vivono nell’ attuale repubblica del Mali e senz’ altro da considerarsi tra i migliori scultori della zona. Lo stile barbara è caratteristico per la trattazione stilizzata geometrica dei volumi, e per la spigolosità di elementi decorativi. Gli scultori sono anche fabbriferrai , e nelle loro opere si avverte, qualcosa della rigidezza del ferro. Nella savana sudanese della repubblica di Mali vivono anche i Dogon, altro popolo praticanta l’ agricoltura. Il Mali è uno fra gli stati africani più interessanti dal punto di vista etnografico. Situato alle porte dell'Africa Nera, ma strettamente legato al deserto che ne occupa la maggior parte del suo territorio, questo paese affascina con la magia del suo sontuoso passato e dei suoi sahariani orizzonti. Vi si ritrova l'Africa delle origini dove la vita è rimasta quella di sempre: il miglio pestato ancora nei mortai, l'acqua attinta ai pozzi, il mercato che attira le genti dai villaggi più remoti. Il Mali e' paese in cui oltre venti diverse etnie hanno saputo conservare ciascuna il proprio idioma, i propri costumi e soprattutto l'arcaica nobiltà, non cancellata dai loro fieri sguardi dalla miseria attuale. A sud della grande ansa formata dal Niger (il terzo fiume d'Africa dopo il Nilo ed il Congo) vive in una terra arida ed assolata, una di queste etnie tra le più enigmatiche dell'intero pianeta: i Dogon. I loro villaggi sono disseminati sull'orlo ed ai piedi della famosa ‘falesia’ di Bandiagara; alta circa 400 metri, questa dirupata parete rocciosa attraversa il Sahel per oltre 200 chilometri. Nel mondo verticale della falesia i Dogon hanno costruito i loro villaggi di fango collegati fra loro da aeree scalette di legno e vertiginosi sentieri; allevano capre e coltivano piccoli orti di terra riportata, strappati spesso faticosamente alla roccia. Grazie all'inacessibilità del loro territorio, i Dogon sono riusciti, nel corso dei secoli, a sottrarsi all'influenza mussulmana prima e coloniale poi, conservando la religione animista e le antiche tradizioni. Questo popolo ritenuto, a torto, sino a trent'anni fa primitivo ed arretrato, si tramanda invece da tempo immemorabile straordinarie conoscenze scientifiche sulla nascita e sul movimento delle stelle. Visitare i villaggi Dogon significa entrare nel mistero di questo popolo e della sua cultura tramandata gelosamente senza lasciare alcuna traccia scritta. E' senza dubbio un'esperienza dai vasti contenuti culturali ed umani che, da sola, può tranquillamente rappresentare il clou di un viaggio in Mali.
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